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Gaza: sono iniziate le tre ore di “cessate il fuoco umanitario”

7 janvier, 2009 - 13:22

Alle 12, ora italiana, è iniziato il primo cessate il fuoco umanitario di 3 ore che da oggi in poi ci sarà ogni giorno, secondo gli impegni presi dalle due parti con la mediazione del presidente egiziano Hosni Mubarak. La popolazione di Gaza, stremata da 12 giorni di guerra aperta e 2 anni di assedio, finalmente potrà uscire di casa per fare rifornimenti e per spostare i morti e feriti che non hanno potuto raggiungere gli ospedali in questi giorni, accrescendo i numeri di vittime e feriti. I palestinesi potranno però spostarsi solo all’interno delle tre aree in cui l’esercito israeliano ha diviso la Striscia. Iniziano ad entrare, pur tra mille controlli, i convogli delle organizzazioni umanitarie.

In tutta la Striscia di Gaza si susseguono manifestazioni e l’esercito di Tel Aviv si stà adoprando per disperderle con lacrimogeni ed azioni antisommossa. Tra i tanti cortei, da segnalare quello dei giornalisti di Gaza che manifestano per la libertà di stampa, dato che Israele ha proibito ai giornalisti stranieri di documentae la guerra, nei giorni scorsi è stata bombardata la sede della televisione filo-Hamas “Al Aqsa e i giornalisti sarebbero tra gli obiettivi dell’attacco come testimonia la morte di un giornalista palestinese e l’arresto dell’inviato della tv Iraniana in lingua araba “Al Alam”.

Sono centinaia nel mondo le mobilitazioni in solidarietà con la popolazione di Gaza. Le televisioni arabe mostrano folle oceaniche sfilare contro l’attacco israeliano nelle piazze in Medioriente, Nord Africa, America Latina ed Europa. Nella giornata di ieri 6 Gennaio ad Ankara si è svolta tra le proteste la partita di basket tra Israele e Turchia, la folla ha bruciato bandiere ed ha definito assassini i giocatori Israeliani. Sul web le mailing list sono un tumulto di appelli, articoli, dibattiti mentre blog e siti di video streaming mostrano la guerra in diretta. I siti di social network sono invasi di gruppi e sottoscrizioni a favore di Gaza. la strategia israeliana che tiene fuori dalla Striscia i giornalisti stranieri potrebbe trasformarsi in un boomerang, dato che grazie ad internet la popolazione di Gaza stà raccontando in prima persona la guerra con un punto di vista non mediato e quindi ancora più ostile a Tel Av iv di quanto potrebbero essere i media tradizionali.

Arrivano messaggi persino dal comandante Marcos, leader degli zapatisti, che ha inviato una lettera in cui afferma che “il mondo stà assistendo senza intervenire al massacro di una popolazione da parte di un esercito professionista”.

In Italia la giornata di mobilitazione più intensa è stata il 3 gennaio, con ben 5 manifestazioni in tutta la penisola, mentre da ONG, associazioni, gruppi di intellettuali, artisti ed attivisti stanno inviando appelli e promuovendo raccolte di firme, fondi e dibattiti. Nel nostro paese la protesta si è diretta anche contro la copertura mediatica del conflitto da parte dei media, ed in particolare della RAI, accusata di essere parziale e faziosa. Da registrare una novità nelle piazze italiane: la presenza importante delle comunità arabe e dei movimenti islamici di base alle mobilitazioni.

Sul fronte diplomatico, la Mauritania e il Venezuela hanno espulso gli ambasciatori Israeliani per protesta contro quella che definiscono come una aggressione contro la popolazione palestinese e un crimine di guerra. Le Nazioni Unite hanno invece rimandato la discussione sul piano arabo per un cessate il fuoco e i due tentativi di mediazione europea, quello della Francia e quello della presidenza di turno Polacca, si sono scontrati con i no del ministro degli esteri israeliana Tvi Lipni.
Ora l’Europa guarda anche alla Siria come paese che potrebbe usare la sua influenza su Hamas, dato che il leader carismatico del moviemto Khaled MIshaal agisce da Damasco. Dal canto suo la Siria, insieme alla Turchia, è tornata a condannare l’attacco israeliano che dimostrerebbe che Israele non ha una vera volontà di pace. Damasco poi detta le condizioni per la ripresa dei colloqui indiretti con Tel Aviv mediati da Ankara che tanto avevano fatto sperare negli ultimi mesi: per ricominciare i colloqui la Siria chiede la fine dell’attacco, la rimozione totale dell’assedio a Gaza e rassicurazioni che un eventuale accordo con Israele non sia fatto sulla pelle dei palestinesi.
Il presidente uscente statunitense Bush continua a sostenere la politica israeliana, raccomandando solo attenzione a non fare troppe vittime civili e il presidente eletto Obama esprime “profonda preoccupazione” per quel che stà avvenendo ma continua a non esprimersi aspettando il momento del giuramento e dell’effettiva entrata in carica.

Nella giornata dell’epifania, la più sanguinosa dall’inizio dell’attacco, l’unico risultato degno di nota è proprio il cessate il fuoco umanitario di tre ore al giorno raggiunto con la mediazione egiziana e che Israele ha accettato forse anche sotto la pressione internazionale dovuta all’attacco contro la scuola dell’ UNRWA (agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) in cui sono morte 43 persone tra cui alcuni guerriglieri secondo Tel Aviv, secondo le Nazioni Unite tutte civili.

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Cuba: via libera alle case “auto-costruite”

5 janvier, 2009 - 17:31

I cubani potranno costruirsi le proprie case da soli. Il presidente Raul Castro fa così cadere un altro divieto, autorizzando gli abitanti dell’isola a costruire o riparare la propria abitazione, compiti finora riservato allo Stato.

Una decisione pratica contro la scarsita’ cronica di case sull’isola, aggravata dal crollo di 70 mila abitazioni e i danni ad altre 500 mila con i tre uragani degli ultimi mesi, rilevano alcuni osservatori, sottolineando come il generale Castro abbia in realta’ solo legalizzato quanto gia’ accade in tutta Cuba.

Negli ultimi anni il governo cubano aveva tentato la strada dell’edificazione di case con “contributo personale”: lo stato, cioe’, metteva a disposizione terreno e materiali e l’interessato si costruiva l’abitazione con l’aiuto di parenti e amici. Ma, almeno finora, il materiale garantito era solo il cemento e per ottenere sabbia, ghiaia o pietra chi costruiva doveva ricorrere al mercato nero. “Occorrono centinaia di migliaia di case” ha detto Raul Castro, promettendo inoltre “una base industriale per lo sviluppo dell’edilizia abitativa”.

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Iran: il tribunale per i responsabili della strage di Gaza

30 décembre, 2008 - 17:14

Un tribunale speciale, competente a giudicare i cittadini israeliani coinvolti a vario titolo nell’offensiva militare in atto contro la Striscia di Gaza. Questa la proposta provocatoria  annunciata da un portavoce della magistratura, Alireza Jamshidi. Il collegio del tribunale avrà sede a Teheran e processerà “gli esecutori, i pianificatori e i funzionari del regime israeliano che abbiano commesso crimini” nell’enclave palestinese sotto attacco. La corte anti-israeliana, ha precisato il portavoce, è stata creata sulla base della Convenzione Onu del 1948 sulla prevenzione del genocidio, tra i cui firmatari c’è anche la Repubblica Islamica.

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Viaggio in ascensore

30 décembre, 2008 - 16:58

Quando due persone di culture diverse si incontrano, non sempre sono assalite dalle stesse curiosità . Accade poi che dietro alle storie di chi ha vissuto trascorsi di vita tortuosi, si cela un animo semplice, e un desiderio sereno di tranquillità. Pubblichiamo qui di seguito un racconto che parla di un incontro tra un ragazzo afgano e una ragazza italiana.

VIAGGIO IN ASCENSORE

AFGHANISTAN

Dal vecchio ascensore usciva ogni mattina una faccia diversa. Quel giorno da quel trabiccolo usciva Kazem. Era la mattina prima di Natale, faceva freddo ma c’era un gran sole. Mi ha sempre sorpreso il via vai di gente di questo palazzo in cui vivo ormai da due anni. Uno stabile robusto, in stile piemontese, nel cuore di Roma. Ex proprietà di un ente previdenziale, qualcuno vocifera che i suoi appartamenti siano stati assegnati nel corso della storia a pazzi e squilibrati della città. Una leggenda che mi fa sorridere, e che, in fondo, ho sempre creduto un po’ vera. Così a volte mi ritrovo a pensare che nipoti, figli e affiliati di quei matti ancora oggi abitano il palazzo in cui vivo.

Ci sono giorni in cui tutte le energie sghembe di vivi e morti transitati in queste mura vagano per i pianerottoli, l’atrio, la cabina dell’ascensore, le scale. Si odora un’aria strana e certe cose succedono e non si spiegano, come questa: non c’è giorno che non si incontri una faccia diversa in ascensore.

Così quella mattina incontravo Kazem.

Sembrava serafico, anche se dava l’aria di avere un po’ fretta. Aveva una giacca a vento sporca di vernice bianca, piccoli spruzzi che quasi sembravano messi lì apposta. Ci siamo salutati con un cenno della testa e un accenno di sorriso. I suoi occhi si sono posati nei miei, e ancora stavano lì quando ho abbassato lo sguardo.

Quel giorno avevo un volto nuovo da aggiungere al taccuino dei miei “profili da ascensore”. Sono corsa in radio con il motorino, ho aperto cancello e porta, e mentre appendevo con una mano il cappotto al gancio, con l’altra sfilavo il block notes dal ripiano. “24 Dicembre: 7 del mattino. Scende con me dal sesto piano. Capelli fini e neri, occhi orientali (coreano?). Saluta senza voce ma con gli occhi, deciso ma anche timido. Mi da le spalle. Gocce di vernice bianca sulla giacca a vento”.

Quasi sempre incontro qualcuno in ascensore, ma non sempre si merita il registro sul mio taccuino. A volte basta il tragitto in motorino da casa alla radio per farmi passare di mente l’incontro. Non è stato così con Kazem.

Era quasi notte quando ci siamo rivisti. Erano passati più di dieci giorni: il cenone di Natale, le tombolate di S. Stefano, Capodanno in montagna, Epifania da amici. Ero di ritorno dalla radio, primo giorno di rientro dopo le vacanze. Soddisfatta della giornata, per avere ripreso in mano quello che avevo lasciato prima di Natale, per essere riuscita a mantenere la tranquillità dei giorni di festa. Spingo il portone e me lo trovo lì, ad aspettare l’ascensore. Stessa giacca a vento, stesse gocce bianche di vernice. Sorride sotto i ciuffi neri: stesso cenno di dieci giorni prima. Non avevo più pensato a lui in quei giorni, mi sono venute subito in mente le due righe dentro al taccuino sullo scaffale della radio, mai più aperto da quel giorno, adesso al buio, fermo.

“Sei del palazzo?” mi viene di slancio, trasgredendo alla mia regola del silenzio, dettata più da un senso di inadeguatezza da sub-affittuaria che dal pudore.

“No”. Risposta secca, ma cordiale.

“Ah”

Silenzio.

“Beh. Quintina. Sesto piano”. Lo dico così, per rompere quel niente di parole.

“Kazem, nessun piano, per ora”.

Ridiamo, tutti e due. Nella sua voce, un leggero accento straniero, che non sa di nessuna terra. Un tono da bambino, eppure dagli occhi, da come cede la pelle intorno, dalle increspature della bocca, dai movimenti delle mani, non sembra così giovane. Entriamo nell’ascensore e saliamo in un silenzio senza imbarazzo. La cabina è piccola e per di più stringe nel fondo, si è obbligati a stare in fila indiana; mi incuriosisce sempre vedere quello che fa la gente, se ti volta le spalle o se ti guarda in faccia. Kazem mi dava le spalle.

“Non sembri di qui. Di dove sei?” insisto, senza motivo. Neanche io me la so spiegare questa curiosità allegra.

Qualche secondo di silenzio, le spalle si alzano, poi si abbassano, si curvano un po’.

“Afghanistan”.

Lo pronuncia lento, diverso da come si sente nei radiogiornali. Penso che una faccia afgana non me l’ero mai immaginata prima, non nel dettaglio. Una narice, una pupilla, un timpano afgano, come sono fatti? I suoi sembrano un po’ cinesi ma la pelle è meno gialla e sembra abituata ai climi freddi. L’afgano nel mio ascensore ha i capelli lisci e una giacca a vento con gli spruzzi di vernice.

Siamo arrivati al sesto piano e io ancora seguo il filo dei miei pensieri. Prima di varcare le soglie delle porte, ci salutiamo. Questa volta anche io lo guardo dritto negli occhi. Sui suoi zigomi, un filo di rosso.

Questi appartamenti hanno più di cento anni. Sono pieni di storie, di cose, di odori. Mi ricordo che quando è stato ridipinto il salone, prima di passare la vernice abbiamo dovuto staccare dalle pareti sette strati di carta. Sette. Scrostavo e pensavo a quante cose avevano visto quei fiorellini pervinca o quei gigli di Firenze verde prato.

La casa in cui vivo ha le mura spesse un braccio, una volta che entri sembra che tutto il fuori sia inghiottito là dentro.

Mi siedo al tavolo e giocherello con una buccia d’arancio, avanzo della colazione di questa mattina. Mi sorprendo a pensare a quel ragazzo.

Una colata di calce a separare cento vite. Se non ci fosse la parete, potrei toccarlo con la punta delle dita del piede.

In fondo, dovrebbe essere solo uno dei tanti profili da ascensore. Eppure c’è qualcosa che mi rende curiosa. Da quando in radio conduco un programma di racconti di viaggio, sono diventata ancora più ficcanaso.

Chissà, saranno i suoi occhi, che ridono, ma dentro sembrano tristi. Saranno gli spruzzi di vernice sulla giacca a vento. Sarà il profumo salato, che sa di mare. Quel ragazzo sta zitto e parla di un viaggio lontano.

IRAN

Caffellatte nel tazzone. Me lo trascino dietro mentre giro per casa in cerca di ogni cosa possa essermi utile per la giornata. Il CD di musica senegalese da restituire alla biblioteca, le cuffiette nuove – che quelle in redazione hanno il padiglione sinistro che sfrigola – tabacco, chiavi. Pronta. Mollo la tazza e esco. Ah! Il casco. Rientro. Riesco. Ah! I guanti. Rientro. Riesco, finalmente. Mentre aspetto l’ascensore sento dei passi delicati alle mie spalle. Kazem arriva sorridente, riposato che sembra sveglio già da ore.

“A lavoro presto eh?”. Neanche finisco di domandarglielo che già mi mordo il labbro. Sono di nuovo invadente. La persona che non vorresti mai incontrare alle sette del mattino. Ma lui ride un pochino.

“Il cantiere dove lavoro è lontano. Due ore tra autobus e treno”.

“Ah”.

Questa volta è lui più loquace di me, la mia testa è ancora impastata di sonno per domandargli qualcos’altro. Kazem al contrario non sembra segnato dal risveglio. Non ci diciamo altro fino al portone.

“A presto”.

“A presto”.

L’alba quasi morta sta lasciando spazio al cielo.

Mi ricordo di una volta, erano i primi mesi che lavoravo in radio, eravamo in diretta al telefono con un giornalista che il conduttore aveva presentato come esperto in questioni afgane. A un tratto un disguido tecnico aveva costretto il mio collega ad allontanarsi dal microfono. “Domandagli qualcosa” mi aveva sussurrato uscendo dallo studio. Ero così emozionata, mi sentivo le gambe molli. Chiedigli quello che vorresti sapere tu sull’Afghanistan, mi ripetevo per calmarmi. Finito lo stacco musicale, ho acceso il microfono.

“Quand’è l’ultima volta che è stato in Afghanistan?” gli chiedo per iniziare.

Dall’altra parte del telefono, un silenzio imbarazzato. In un secondo la sensazione che quella conversazione mai iniziata non sarebbe decollata.

“Ho studiato molto, ma non ho mai avuto tempo di viaggiare” è stata la risposta nervosa.

Oggi di nuovo mi trovo a domandare sull’Afghanistan. Vorrei chiedere a Kazem se lì ci sono gli ascensori, e se ce ne sono anche di bizzarri come il mio, con il fondo a punta e il campanellino che suona all’arrivo. E se la giacca a vento con la vernice bianca l’ha comprata lì o qui in Italia, e se gli piacciono i cornetti del bar all’angolo, che se ci vai alle otto bisogna ingurgitarli in piedi, schiacciati nell’angolo, sgomitando tra una folla di impiegati con la 24 ore che ruminano intorno al bancone.

Ma Kazem ora è un profilo di due righe in un quaderno, e chissà se lo rivedrò ancora.

Sono passati tre, forse quattro giorni da quando sono tornata alla routine quotidiana. Le vacanze già le ho dimenticate. Oggi il caffè nel barattolo è finito. Di corsa al bar, neanche mi lavo la faccia, ché è tardi e ho voglia di caffè. Ascensore. Una signora sulla settantina, occhi acquosi, sguardo buono, buste di plastica in mano, entra con me nella cabina. Mi si mette di fronte e guarda il vuoto. “Sono un po’ ingombrante” le dico indicandole con la testa lo zaino che carico sulle spalle.

“Siamo tutti ingombranti” risponde continuando a fissare la parete.

“Giusto” dico a basa voce guardandomi la punta dei piedi.

Al bar, seduto su uno sgabello, c’è Kazem. Sono felice di rivederlo, e penso che era ormai qualche giorno che non ci incontravamo. Sono le sette e nel locale c’è ancora spazio per sistemarsi di fronte al bancone. Lui mi saluta con un gesto della mano, mangia un cornetto. Gli piacciono allora. Ricambio il saluto e mi siedo accanto a lui.

“ In Afghanistan che si mangia di mattina?” gli chiedo scrutando la vetrina delle paste.

“Non ne ho idea” .

“Come non ne hai idea??”

“Io in Afghanistan ci ho vissuto solo i primi tre anni della mia vita”.

Sento un vuoto dentro, e poi mi viene quasi da ridere. Tutti i miei pensieri, le mie curiosità su un paese sconosciuto, le mie divagazioni su un pezzo di terra lontana incontrata dentro un ascensore.

Ma Kazem continua a parlare.

“Poi la mia famiglia si è trasferita in Iran, nella capitale, Teheran, e lì sono rimasto fino a quando avevo quindici anni”.

“Iran?” gli dico stupita lasciando stare i cornetti.

“Si. Iran” .

“E com’è?”

“Com’è? Come qua”.

Che domanda stupida. Com’è!. Pensa se ti domandassero: “Com’è l’Italia?”, alle sette del mattino, mentre sorseggi il caffè al bar. Bella domanda.

Avrei voluto sapere un mucchio di cose, ma non riuscivo a chiedere niente. Le domande mi si arricciavano in testa e non riuscivo a scartarne neanche una. Allora Kazem ha parlato per me, con la sua voce velluto di bambino, delicatamente, regalandomi un pezzo di storia che sembra fatto di cristallo.

“Quando siamo arrivati in Iran, io mia madre, mio padre e i miei quattro fratelli, eravamo clandestini in quel Paese. Uno dei miei fratelli è mio gemello, gli altri sono più grandi e più piccoli. Se sei clandestino non vai a scuola e non lavori. Così io vagabondavo tutto il giorno”.

Vagabondavo? Che termine strano per uno straniero. Come fa Kazem a parlare così bene l’italiano? Come fa a stare qui in questo bar? Dalle periferie di Teheran all’ascensore dei pazzi. Quanti odori sono cambiati? E i colori? Non posso chiedere niente, la sua storia di cristallo sta tutta nelle sue parole, per una volta voglio ascoltare in silenzio.

Ma Kazem non dice più niente, ha di nuovo in mano il cappuccino e sembra distratto dalla prima di un giornale free press. Aspetto qualche istante, ma non accenna a ripartire con il racconto.

“Vagabondavi? Che vuol dire vagabondavi?”

“Stavo lì. E non facevo niente” dice senza guardarmi.

E’ normale fare colazione con un ragazzo afgano che però viveva in Iran e a dieci anni vagabondava a Teheran? Voglio dire, a me non succede tutti i giorni. Voglio sapere. Mi spetta di diritto qualche dettaglio in più no? Inghiotto la mia rabbia col caffè, e Kazem ride, come se mi leggesse nel pensiero.

“Avevo quattordici anni” la voce si fa un poco più adulta, ma esce sempre come un flauto. “Non ce la facevo più a non fare niente. Niente scuola, niente lavoro, niente di niente. Allora io e un mio amico un po’ più grande di me stavamo sempre insieme. Così abbiamo deciso di partire. Siamo partiti con un gruppo di persone, eravamo una ventina. E dall’Iran siamo andati a piedi fino alla Turchia. Avevamo tre guide, noi li abbiamo pagati e loro ci guidavano. Ci abbiamo messo quasi due mesi. Siamo stati tre giorni a Istanbul. Poi un giorno ci hanno portato su un’ isola e da lì siamo partiti con la nave”.

Sembra semplice, così come lo racconta. Nelle parole non ci sono indugi. Ma gli occhi, mi sembra che gli si fanno più profondi, e non mi guarda più in faccia.

“Cinquecento euro. Gli ho dato cinquecento euro per fare quel viaggio. Mia madre me ne aveva dati settecento”.

Chissà che amore diverso dentro al cuore per pregare il tuo bambino a partire per un viaggio sola andata. Chissà quale forza di stomaco, gola, parole avevi dentro.

I riccioli di pensiero continuano a stare lì accovacciati in un angolo della mia testa. Non mi escono parole e la tazzina di caffè mi sembra così stupida lì sul bancone.

“Al porto, prima di salire sulla nave, il contrabbandiere ci ha detto cosa dovevamo fare. Dovete andare sotto il camion e il camion poi entra dentro la nave. Siamo stati sopra alle ruote del camion, per quattro notti. Dentro alla nave ci stavano i poliziotti che controllavano sempre, non potevamo mettere i piedi sotto il camion. Ci diceva che non dovevamo parlare e non dovevamo muoverci. Avevamo acqua e un po’ di pane”.

Sembra che non ha più voglia di parlare. Forse si chiede se ha raccontato troppo, e non dice più nulla.

Vorrei chiederti di più di quel lungo viaggio. Dei piccoli gesti compiuti. L’hai comprato tu quel pane? E che occhi aveva il fornaio? E che ti portavi nelle tasche? E con che scarpe hai camminato? Avevano i lacci? Ma Kazem è già in piedi e mi saluta con il sorriso che ormai conosco.

“Devo andare, se no faccio tardi”.

“E dove lavori?” finalmente riesco a srotolare un ricciolo di pensiero.

“Alla darsena di Fiumara, in un cantiere navale”.

“Allora ciao, buona giornata”.

“Anche a te. Ciao”.

ITALIA

Sono passati diversi giorni. Kazem non l’ho più visto, ma spesso l’ho pensato, intento a scartavetrare una carena o dipingere un timone. Chissà che ne pensa di quel posto strano. La fine del fiume che taglia in due Roma, il piede del Tevere, quel fiume così affascinante a Ponte Milvio e quando abbraccia l’isola Tiberina, e così squallido prima di tuffarsi nel mare.

A me la darsena piace. Ogni tanto ci vado e arrivo fino al faro a sentire i gabbiani. C’è una spiaggia strana piena di immondizia. Ma io lì in mezzo ritrovo quello che perdo al centro di Roma.

Un giorno di questi ci vado. E chissà se incontro Kazem.

Oggi in radio ho fatto presto. E’appena finito un lungo periodo di piogge e mezza Roma è uscita per strada e si è affacciata per vedere se gli argini del fiume riuscivano a reggere. Ma il Tevere è un fiume vecchio e forte, e si può gonfiare fino quasi a scoppiare, ma poi non scoppia mai. Giornali e tv hanno riportato fotografie e video del fiume al centro della città, ma nessuno sa di quello che è successo ai margini. Le periferie galleggiavano in silenzio. E di quello che è successo là nel fondo, dove il fiume muore, non se ne è parlato affatto. E’ il giorno giusto. Io vado.

E’ veramente uno strano posto Fiumara. C’è il sapore selvaggio del mare e il gusto umido del faro, circondato da un minuscolo mondo di casette sbilenche e stradine di fango. E poi c’è il rumore degli aerei in arrivo e in partenza, che di colpo ti restituisce la realtà di una capitale che pulsa dietro le tue spalle. Ci sono i pescatori. Mezzora di treno e ci sono i pescatori con la loro canna, in silenzio. E poi ci sono i cantieri, tutti in fila uno dietro all’altro, con le barche vive nell’acqua o in rianimazione a scolare fuori dal fiume.

Chissà dove lavora Kazem. Entro a caso nel primo che incontro. Chiedo a una signora sorridente dietro al banco in un container con su scritto “ufficio”. Si chiama Alga, mi sembra un romanzo. Ha cambiato nome dopo aver scelto il lavoro o ha scelto il lavoro in base al nome? Decido di non chiederglielo. Gli domando solo di Kazem. Incredibile. Alga lo conosce. “E’ un ragazzo così bravo” mi dice dolcemente, come fosse la nonna. “Quando c’è bisogno di andare a largo con una barca, lui si fa sempre avanti per primo. Non vede l’ora di uscire in mare, il ragazzo. E’ a Roma da neanche due anni, dopo un viaggio che dio solo sa come ha fatto ad arrivare vivo. Ora è ospite in un centro che accoglie gli stranieri minori a Roma Nord, e tutte le mattine viene qui. Poi la sera, si immagini, fa anche un corso di italiano da una mia amica al centro di Roma, e ogni tanto lei lo ospita a dormire, mi dice che rifà il letto e piega l’asciugamano in bagno tutte le mattine. E’ veramente un ragazzo in gamba “.

Chissà cosa ti piace del mare, Kazem. Chissà se al faro, a sentire i gabbiani, ci vai, e se sei felice di avere trovato questo posto così lontano dalla città. Chissà se in Iran ci sono posti come questo, con l’ odore di sale grosso.

Cammino sul molo con le cime che scricchiolano sul legno e le sartie che sbattono a tempo. Dentro agli oblò, carteggi e binocoli e bussole. Qui ogni cosa sembra in partenza o in arrivo, e mi si scioglie quel groppo in gola che si gonfia in città. I rumori parlano di una cosa libera e lontana, sembrano registrati in mezzo all’ Oceano e poi suonati qua dentro.

Tra le barche a riposo fuori dall’acqua trovo Kazem, intento a fare qualcosa con uno strumento rumoroso.

“Kazem!” urlo.

Si gira e sorride. Il sorriso di sempre. Come fosse normale vedermi lì.

Kazem spegne quell’affare che neanche so che è e mi viene incontro.

“Ciao”.

“Ciao”.

“Passavo di qui e allora..”.

“Hai fatto bene”.

“Deve aver fatto un bel macello il fiume qui con tutta quella pioggia..”

“Eh si! Avevamo gli stivali di gomma. Gli stivali di gomma perché l’acqua era altissima e dovevamo spostare le barche da una parte e dall’altra” mi dice ridendo. Ha il volto luminoso qui tra i rumori del cantiere.

“Kazem! Dobbiamo andare!” gli gridano i colleghi.

“Devo andare. Sono contento che sei passata”.

“Ciao Kazem, buon lavoro”.

“Ah! Kazem, che ne pensi degli ascensori?”

“Che servono per salire. E per scendere”.

Qualcuno ha scritto che l’Italia non sembra uno stivale pronto a dare un calcio, ma un braccio teso ad afferrarti e stringerti a sé. Che meraviglia sapere che qualcuno qui nella mia terra ha ricostruito i tasselli della sua vita. Continuo a camminare. Oggi sono orgogliosa di vivere nel mio paese.

Marzia Coronati

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Diario da Kabul

30 décembre, 2008 - 15:54

“Cade la neve su Kabul ma dura poco. Qui si vive una vita effimera come la neve di quest’anno. Due sere fa la guerriglia ha tirato tre razzi su un posto di polizia vicino all’Intercontinental, alla periferia Nord della città. Ma quelle armi artigianali e imprecise, spesso azionate con un timer, han beccato una casa di poveracci e hanno ammazzato tre bambini. Le loro vite sciolte come la neve sopra Kabul”.

Il giornalista Emanuele Giordana racconta nel suo diario impressioni e pensieri da Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Nel Paese sono continuano gli scontri e le azioni dei kamikaze. Il 29 dicembre due attentati con ordigni hanno ucciso cinque persone e ne hanno ferite un’altra quarantina, all’indomani della morte di quattordici bambini in un attentato kamikaze.

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Gaza: oltre 300 morti in poche ore sotto il “piombo fuso” d’Israele.

29 décembre, 2008 - 11:14

Dal 27 dicembre sono in corso incessanti bombardamenti dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza, ufficialmente in risposta al lancio di missili Kassam da parte di miliziani palestinesi verso le città israeliane. In realtà entrambi i candidati al ruolo di premier nelle prossime elezioni israeliane di febbraio hanno dichiarato esplicitamente l’intento di rovesciare il governo di Hamas e l’enorme sproporzione tra gli attacchi palestinesi e la rappresaglia israeliana è significativa sul vero obiettivo dell’operazione “piombo fuso”. Era dal 1948 che non si contava un numero così alto di vittime in un tempo così breve. Dalle ore 16 saremo in diretta streaming con collegamenti dalla Palestina.

Secondo il rapporto dell’ufficio di Gerusalemme delle Nazioni Unite per i diritti umani, aggiornato alle 16 del 28 dicembre, sono almeno 280 le vittime accertate, 900 i feriti negli ospedali di cui 115 i condizioni critiche. La maggioranza delle vittime sarebbero tra le fila della polizia civile di Gaza, almeno 20 sono i bambini mentre le donne sono 9. Almeno 60 le vittime tra i civili disarmati. La risposta di Hamas è stata il lancio di 100 tra razzi e colpi di mortaio, che hanno causato la morte di un civile israeliano e il ferimento di altri 10. A Gaza le riserve di grano dell’agenzia ONU per i rifugiati sono a zero mentre l’energia elettrica è disponibile per 16 ore al giorno.

Il milione e mezzo di abitanti di Gaza, una delle aree con la maggior densità di popolazione al mondo, si trovava già in una situazione umanitaria disastrosa, come più volte denunciato dalle organizzazioni internazionali, l’assedio israeliano che si è protratto per due anni ha portato al 79,4% della popolazione della striscia sotto la soglia di povertà, ed a un tasso di disoccupazione del 45,5% stando ai dati del Palestine Monitor Factsheet.

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Ponte Radio 16

23 décembre, 2008 - 14:43

L’ultima edizione per il 2008 di Ponte Radio, in questo numero:

  1. La cooperazione tra Iraq, USA e Turchia contro il PKK passa alla fase operativa
  2. Libano: il campo profughi di Nahr el Bared è ancora in rovine e l’ ONU stà finendo i fondi
  3. Gaza: i due candidati alle prossime elezioni Israeliani promettono un’escalation
  4. Iran: sigilli all’organizzazione per i diritti umani di Shirin Ebadi
  5. Iraq:  con il ritiro americano 16.000 detenuti passeranno sotto la giurisdizione di Bagdhad: chi è colpevole e chi è innocente?

ASCOLTA LA PUNTATA DI PONTE RADIO

Ospiti di questa puntata:

  • Ismaeel Dawoud, del movimento non violento iraqeno La Onf
  • Sen. Pietro Marcenaro , presidente della Commissione Diritti Umani del Senato

A cura di:
Khaldoun, Carlo M. Miele, Ornella Sangiovanni, Lello Rienzi, Francesco Diasio.

Ponte Radio è una coproduzione Amisnet/Osservatorio Iraq

Le produzioni di Scirocco sono realizzate con il contributo dell UE, nell’ambito del progetto Community Radio Station in Birzeit area

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Iran: sigilli all’organizzazione per i diritti umani di Shirin Ebadi

22 décembre, 2008 - 19:03

il 21 dicembre le autorità iraniane hanno fatto irruzione senza mandato e chiuso a tempo indeterminato gli uffici dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani diretta dalla giurista e premio nobel per la pace Shirin Ebadi. Il centro è stato accusati di svolgere attività politiche simili a quelle di un partito pur non avendone l’autorizzazione e di essere in contatto con organizzazioni illegali.

Shirin Ebadi, la prima donna musulmana ad aver vinto un premio nobel, ha dichiarato che la sua attività andrà avanti in ogni caso e da qualunque ufficio ed ha messo in guardia sulla possibilità che le autorità fabbrichino prove false, visto che la polizia iraniana non ha fatto un inventario del contenuto degli uffici prima di apporre i sigilli giudiziari.

Oltre alle ONG internazionali in difesa dei diritti umani anche le istituzioni italiane si sono mosse immediatamente nell’esprimere solidarietà alla Ebadi, il senatore democratico Pietro Marcenaro ha convocato d’urgenza una seduta della commissione diritti umani del senato, che presiede. La commissione ha espresso solidarietà, la speranza che l’Italia possa farsi promotrice anche in sede europea di una protesta contro questo atto del governo iraniano e l’auspicio che le forze iraniane che si dicono riformiste facciano udire la loro voce nel protestare contro il provvedimento delle autorità di Teheran, che sembra aprire una campagna elettorale che si preannuncia rovente, in vista delle prossime elezioni presidenziali che designeranno il successore di Ahamadinejad.

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Radio Polifemo 05 - Sicurezza alimentare e allevamenti, non solo diossina

22 décembre, 2008 - 14:00

Due nuovi allarmi dal settore zootecnico. La carne irlandese alla diossina, per la contaminazione del cibo degli animali con olii industriali. In Italia la grave infezione da Escherichia coli di un bambino di 4 anni che aveva bevuto latte crudo da un distributore automatico. In seguito a questo episodio il sottosegretario Francesca Marini ha disposto un’ordinanza che impone la bollitura del latte non pastorizzato e ne vieta la distribuzione nelle mense.

In questa puntata cercheremo di capire quali sono le malattie degli allevamenti, come l’influenza aviaria che dopo la psicosi del 2006 continua a mietere vittime tra i volatili tanto da aver provocato una vera e propria pandemia per alcune specie di uccelli. E’ di questi giorni la notizia di un nuovo focolaio in India, dove 5000 galline sono morte in 7 giorni. Gli organismi internazionali continuano a monitorare la situazione per affrontare un’eventuale nuova emergenza.

Con i nostri ospiti indaghiamo su quali sono le falle e i punti deboli del sistema zootecnico, perchè spesso qualcosa sfugge nella filiera dei prodotti animali. Cercheremo di capire se e cosa fa il nostro Paese per garantire almeno un minimo di benessere agli animali “da produzione” sia da un punto di vista etico che per tutelare la sicurezza dei consumatori.

OSPITI:

  • Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano
  • Roberto Marchesini, veterinario e docente di zooantropologia e benessere animale presso l’Università di Milano

IN REDAZIONE: Leonora Pigliucci

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Somalia: chiusa radio “anti-islamica”

22 décembre, 2008 - 13:35

I miliziani islamici al Shabab hanno chiuso la scorsa settimana l’unica stazione radio attiva nella città somala di Chisimaio, 500 chilometri a sud di Mogadiscio.

Una decina di miliziani hanno fatto irruzione negli uffici della stazione radio il 13 dicembre scorso e hanno consegnato al direttore un provvedimento firmato da Hassan Yaqub Alil, responsabile per l’Informazione dell’amministrazione islamica della città, in cui si accusa l’emittente di trasmettere musica e informazione “anti-islamica”.

I miliziani hanno attuato il subito dopo la messa in onda di un servizio sulle vittime civili degli scontri scoppiati tra gli Shabab e la milizia locale della città di Dobley, situata nei pressi del confine con il Kenya.

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Passpartù 11: la Somalia dimenticata

19 décembre, 2008 - 19:33

In Italia non esiste nè un consolato nè un ambasciata somala, e le ex sedi diplomatiche sono antichi edifici nel centro di Roma abbandonati e lasciati a sè stessi. Le relazioni tra i due paesi, dopo un sodalizio lungo oltre cento anni, oggi sono praticamente pari a zero, eppure genti somale e italiane continuano a intrecciarsi.

Ospiti della puntata: Osman Lul Mohamed, Adeso; Gianni Mari, Ancis; Basa Charito, Filipino Women’s Council

In redazione: Elise Melot, Marzia Coronati

in questa undicesima puntata di Passpartù parleremo di Somalia: dei somali che sono in Italia, e degli italiani che erano appena nati in Somalia quando la nazione africana era ancora una colonia italiana e che oggi si trovano a vivere qui. In chiusura Nomadi, la rubrica a cura di Elise Melot, torna a parlarci del popolo nomade pescatore delle Filippine.

Dopo oltre cento anni in cui le relazioni tra i due paesi si sono intrecciate fittamente, oggi di quel sodalizio rimane ben poco, aldilà di un recente provvedimento per combattere il fenomeno della pirateria marittima con cui l’Italia si impegna a costituire una sede internazionale per poter stabilire ed applicare le sanzioni nei confronti dei pirati che vengano catturati.

Oggi sul nostro territorio sono presenti circa ventimila somali, e sono circa 650 le persone italo-somale frutto dell’ex-colonia italiana. Dei ventimila migranti di origine somala, in fuga da una guerra civile che strazia il Paese da quasi quaranta anni, la maggior parte sono donne, per lo più impiegate in lavori di assistenza o collaborazione domestica. Come ci ha raccontato, Osman Lul Mohamed, presidente dell’Adeso, associazione donne somale con sede a Roma, che si occupa, tra l’atro, di aiutare i somali in arrivo a mettersi in regola con diversi aspetti burocratici, dal codice fiscale al permesso di soggiorno, fare insomma anche quel lavoro che dovrebbe essere fatto dagli organi diplomatici.

Oltre i ventimila somali che vivono nel nostro Paese, esiste una piccola comunità italo-somala: 650 persone che hanno uno dei due genitori di origine somala. La comunità italo-somala è arrivata nello stivale al termine del mandato Onu affidato all’ Italia, verso la fine degli anni 60, quando in Somalia si era creato un clima ostile agli italiani. In quel periodo il Vicariato organizzò il loro esodo. Viaggiando con un lasciapassare, queste persone erano apolidi in partenza, e solo dopo avere intentato causa alla Stato molti di loro hanno ottenuto la cittadinanza.

L’Ancis ha piu volta fatto richiesta affinchè il governo accendesse i riflettori su quella che, secondo l’associazione, fu una vera e propria applicazione delle leggi razziali. “Voglio ricordare a tutti l’affermazione fatta da Fini, ci ha detto in un fuori-onda Gianni Mori:<<Un’infamia le leggi razziali>> ha detto il presidente della camera <<E la Chiesa, come l’Italia, si adeguò>>. Il razzismo è un vizio italiano iniziato dal fascismo e proseguito anche in Repubblica”.

In piena Repubblica italiana dal 1950 al 1960 sono state praticate in maniera sistematica le leggi razziali per lo più sotto mandato internazionale affidato all’Italia dalle Nazioni Unite, il mandato Afis. “E’ incredibile voler insistere nel dare tutte le colpe al passato fascista” racconta gianni Mori “perchè anche la Repubblica si è macchiata dello stesso orrore”.

Passpartù finisce qui, noi ci diamo appuntamento all’anno prossimo, ricordiamo infatti che la nostra redazione andrà in vacanza. Ci risentiamo il 9 gennaio. Buone vacanze!

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Migranti: diritti non ratificati.

18 décembre, 2008 - 13:53

Come ogni anno il 18 dicembre si celebra la giornata internazionale dei migranti, nell’anniversario della Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti. A 18 anni dalla convenzione sono solo 35 i paesi che l’hanno ratificata, in massima parte paesi d’origine o transito dei migranti e nessuno dei maggiori paesi ricettori di immigrazione. In Europa sono solo Albania, Bosnia Erzegovina e Turchia i paesi che hanno aderito. Ogni anno il 18 dicembre le radio di tutto il mondo chiedono la ratifica della convenzione con la grande maratona radiofonica “Radio 1812“.

La carta dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglia ha lo scopo di garantire pari opportunità a coloro che decidano di lavorare da un paese diverso da quello natale, definisce degli standard per il rispetto dei loro diritti umani e per l’accesso al welfare dei paesi ospiti, senza distinzione tra migranti regolari o non. Nella convenzione si specificano anche regole per le modalità di reclutamento dei lavoratori e per il trattamento della immigrazione illegale.

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Censure cinesi

17 décembre, 2008 - 16:35

La Cina torna a censurare i siti internazionali. Le versioni cinesi della Bbc e di Voice of America, visibili negli ultimi mesi con una certa continuità, non sono più consultabili. Alle richieste di spiegazione della Bbc, Pechino ha risposto che la censura sarebbe stata resa necessaria perchè tali siti parlano di “due Cine”, quella di Pechino e l’isola di Taiwan, che per il governo cinese è considerata una provincia non indipendente.

Il 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, 303 persone tra ex funzionari e direttori di giornale, avvocati, professori universitari e artisti hanno firmato lo “Statuto 08″, un documento per chiedere la libertà di pensiero e di associazione politica, un sistema giudiziario indipendente e libere elezioni.

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“Affare Tarnac”: dieci giorni di mobilitazioni

15 décembre, 2008 - 13:39

Sono nove le persone sotto accusa per “”cospirazione terrorista” e associazione sovversiva a seguito del blitz dell’antiterrorismo portato avanti dalla polizia francese in tutta la nazione lo scorso 11 novembre. I nove sono ritenuti presunti responsabili dei sabotaggi che avevano paralizzato la rete ferroviaria francese.

Grazie alle nuovi legge antiterrorismo in Francia sono state trattenute in cella per 96 ore senza la possibilità di consultare un avvocato. La madre di uno degli arrestati è stata rilasciata dopo tre giorni senza imputazioni. Gli altri nove sono accusati di “partecipazione ad un’organizzazione criminale con intento terrorista.” Quattro di questi sono stati rilasciati dopo 96 ore e sono liberi, ma sotto custodia. Altri cinque – ad oggi 29 novembre- sono detenuti.

La maxiretata ha avuto come teatro tutta la Francia, ma il fulcro dell’azione dell’antiterrorismo è stato il minuscolo villaggio di Tarnac, nel cuore della campagna francese. Lì vivono cinque delle persone fermate. La polizia avrebbe individuato una connessione con una serie di allarmi bomba contro i TGV - i treni ad alta velocità - risalenti allo scorso giugno e rivendicati con modalità analoghe a quelle usate dalle Brigate Rosse. Secondo il ministro dell’Interno, Michele Alliot-Marie, otto di loro farebbero parte di “movimenti anarco-autonomisti dell’ultrasinistra” con legami in molti paesi europei, tra cui l’Italia.

Molti movimenti si sono attivati in questi giorni a sostegno degli arrestati, e una rete di attivisti sta promuovendo una dieci giorni di incontri, concerti, proiezioni, dibattiti che termineranno con una grande manifestazione nazionale prevista per il prossimo 31 gennaio. “Non solo l’affare du Ternac è un terrbile errore giudiziario” dichiara il comitato di supporto “ma è anche la più flagrante dimostrazione di cosa è diventata la legge nell’epoca dell’antiterrorismo”.

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Passpartù 10: AAA: mamme straniere in affitto cercasi

12 décembre, 2008 - 18:44

Sono 800.000 le badanti straniere in Italia: donne che lasciano la loro famiglia per assisterne un’altra. Una migrazione fisica e emozionale, un trasloco di sentimenti che qualcuno non esita a chiamare “trapianto di cuore globale”.

Spazio poi al terzo appuntamento con il bollettino Fortress Europe, la rubrica a cura di Gabriele Del Grande che ogni mese ci aggiorna su quello che accade nelle frontiere del Mediterraneo. In chiusura, come di consueto, Nomadi, la rubrica dei popoli in movimento che questa settimana si tufferà nelle acque dell’Oceano Indiano per investigare sul popolo nomade pescatore delle Filippine.

Ospiti della puntata: Maddalena Grechi, regista teatrale; Roberto Marchetti, presidente Associazione badanti Nadiya; Gabriele Del Grande, Fortress Europe; Basa Charito, Filipino Women’s Council.

In redazione: Elise Melot; Marzia Coronati

Lo spettacolo teatrale “Trapianto di cuore globale”, in scena in questi giorni al teatro Cometa Off di Roma, è un dialogo sul tema della maternità “a distanza” tra due donne sospese tra il desiderio di tornare nel proprio paese dai propri figli e la voglia di essere riconosciute a pieno titolo nel paese di accoglienza. Gli amari paradossi sottesi a queste situazioni, come la storia di una filippina che per accudire un bambino qui a lasciato i propri figli alla madre che a sua volta lascia i propri figli a una baby sitter, fanno da fil rouge alla trama dello spettacolo.

In base al decreto flussi 2008 firmato lo scorso 3 dicembre, saranno 150.000 i cittadini extracomunitari che entreranno a lavorare in Italia; di questi, oltre 100.000 saranno lavoratori domestici o di assistenza alla persona, che si aggiungerano agli oltre 800.000 già presenti in Italia.

Una degenza annuale nelle case di riposo costa al welfare mediamente 26.000 euro a persona e alle famiglie altri 18.000 euro, mentre prendere una badante a casa costa circa 800 euro al mese, per un totale di 9.600 euro all’anno. Un risparmio per le famiglie di quasi 9.000 euro. Si è cominciato a parlare di “welfare low cost”, una nuova via di gestire l’assistenza di chi non è autosufficiente, che però, dietro al risparmio “apparente” delle famiglie, nasconde molti lati oscuri.
Prima di tutto, le badanti lavorano soprattutto in nero, spesso vivendo in una sublocazione non accertata, mettendo a rischio loro stesse e i propri datori di lavoro. Sono 400.000 mila le lavoratrici in nero, per circa 600 milioni di euro di evasione contributiva, una cifra, per intenderci, di molto superiore al costo erogato dallo Stato per la Social Card.

Questo tipo di assistenza sta prendendo sempre più piede anche a fronte di una incapacità da parte del Servizio Sanitario di rispondere alla domanda sempre più crescente di assistenza da parte degli anziani. Ma le soluzioni ci sarebbero. Secondo l’associazione Nadiya, non solo lo stato potrebbe recuperare questo denaro favorendo l’inquadramento lavorativo di colf e badanti, ma potrebbe anche reinvestire il denaro risparmiato in nuove strutture per l’accoglienza. “Le badanti dovrebbero essere inquadrate come lavoratrici socio-assistenziali, per la loro sicurezza e per quella degli assistiti” spiega Roberto Marchetti.

Nel bolletino mensile Fortress Europe, il giornalista Gabriele Del grande, ci aggiorna su quello che sta accadendo sulle coste del Mediterraneo. 41 vittime nel mese di novembre, rotte sempre più lunghe, addirittura dal Gambia, un focus sulla Libia, dove per la prima volta dei giornalisti italiani sono riusciti a entrare nei campi di dentenzione; e poi il salvataggio eroico dei pescherecci di Mazzara del Vallo che hanno salvato due navi cariche di 650 persone, evitando una tragedia che sarebbe potuta essere immane. e poi la segnalazione di una fotogallery di 180 foto effetuata da un team di fotografi greci nel porto di Patrasso.

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Le radio libere d’ Europa a convegno a Bucharest

12 décembre, 2008 - 10:01

60 radio da 30 nazioni si incontrano nella capitale rumena per la conferenza  europea di AMARC ,Associazione Mondiale Radio Comunitarie, per parlare delle strategie e del futuro dell’emittenza no profit, cooperativa o libera in genere nel vecchio continente.

è possibile seguire i lavori della conferenza in streaming video dal sito della radio libera rumena Radio Lynx

Il titolo della conferenza è “Broadcasting on the edge”, trasmettere sul filo, difatti attualmente il quadro europeo è molto disomogeneo: ci sono paesi come la Francia che garantiscono una quota delle frequenze disponibili alle radio comunitarie ed altri che non le prevedono nella loro legislazione o arrivano addirittura a proibirle. L’ Unione Europea ha recentemente approvato una risoluzione che raccomanda agli stati membri di regolamentare i media comunitari, riconoscendone il ruolo fondamentale per il pluralismo e la democrazia, tuttavia si tratta di un documento non vincolante.

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